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Erasmo da Rotterdam…e l’Erasmus

Fino ad ora le nostre passeggiate si sono orientate a epigrafi incastonate sui muri esterni dei palazzi ma, questa volta, facciamo un’eccezione ed andiamo all’interno del cortile dell’Università, in via Po 17, un vero museo lapidario accessibile al pubblico.

Il palazzo fu concepito a partire dal 1724 ma l’università torinese nacque almeno tre secoli prima: fu fondata ufficialmente nel 1404, sotto Ludovico di Savoia Acaja, grazie ad alcuni “magistri” fuggiti da Pavia e Piacenza. Torino era ancora un piccolo borgo racchiuso dalle mure romane, ma poteva fregiarsi dell’onore di essere una città vescovile; per questo motivo, il nuovo ateneo fu organizzato secondo la struttura di Bologna, con tre facoltà: teologia; leggi e canoni; medicina, filosofia e arti liberali.

Nel XV secolo la religione regolava ancora ogni aspetto della vita quotidiana: la Fede non era solo una convinzione personale ma era l’asse portante di ogni attività sociale e il Vescovo, cancelliere dello studio, aveva la competenza di proclamare i nuovi dottori.

Seguendo il porticato di destra, accanto a protagonisti noti e dimenticati, compare quindi la grande lastra marmorea dedicata ad Erasmo da Rotterdam, che si laureò in teologia a Torino nel 1506.

Le sue origini sono avvolto nel mistero: “Geert Geertsz” (il figlio di Gerard) nacque nel nel 1469; era il secondogenito illegittimo di un prete, Gerard de Praët, e mutò definitivamente il suo nome in Desiderio Erasmo (da Desiderius, desiderato, e Erasmus, gradito) a quasi quarant’anni.

Orfano di entrambi i genitori, a diciott’anni fu costretto a farsi monaco, divenendo sacerdote nel 1492.

I pochi privilegi del monastero erano rappresentati da una buona biblioteca, ma la vita religiosa presto cominciò a pesargli; nel 1493 il vescovo di Cambrai invitò a seguirlo come segretario personale, dandogli la possibilità di viaggiare per l’Europa. Quando il vescovo fu costretto a interrompere il proprio itinerario, Erasmo riuscì a ottenere la dispensa dei voti monastici da Leone X e, ottenuta una piccola borsa di studio, non tornò più in convento.

Nel 1499 conobbe Tommaso Moro, dal 1502 al 1504 viaggiò in Francia e successivamente tornò in Inghilterra. Lì, curò l’educazione di Giovanni e Bernardo, figli di Giovan Battista Boeri, medico genovese di Enrico VII. Quando i due giovani intrapresero il viaggio in Italia, Erasmo decise di accompagnarli, giungendo a Torino; gli mancava ancora la laurea in teologia, credenziale fondamentale per gli intellettuali che avrebbe incontrato successivamente, in particolare a Roma e a Venezia.

Erasmo ambiva all’università di Bologna, ma l’ammissione nello studio più antico d’Europa era subordinato a titoli che ancora non aveva. In realtà, per gli appassionati di esoterismo, l’umanista scelse la città sabauda per incontrare maghi e alchimisti che lo avrebbero iniziato a riti magici, rivelandogli anche i segreti della “pietra filosofale”, in grado di trasformare il piombo in oro. Naturalmente di tutto questo non c’è alcun documento e allora, probabilmente, è meglio concentrarsi sull’università sabauda, descritta da Luigi Firpo come “una modesta scuola di provincia, piuttosto corriva nel concedere titoli dottorali, senza pretendere frequenza alle lezioni”. A onor del vero, proprio in questo luogo si stava formando quella classe dirigente di cui lo stato aveva assoluto bisogno; nel 1415 in città c’erano appena 5 dottori in legge e uno solo in medicina, ma nel 1464 c’erano già 24 giurisperiti e 6 medici laureati.

L’accoglienza dei professori torinesi fu calorosa, ma tutto questo non bastò a rasserenare Erasmo che, attraverso ambigue affermazioni epistolari, fece intendere di essersi addottorato a Bologna.

Il titolo ottenuto, era il 4 settembre del 1506, fu “idoneo e sufficiente” e portò comunque i suoi frutti. Dopo aver percorso la nostra penisola, lo studioso tornò per la terza volta, dal 1509 al 1514, in Inghilterra, e nel 1516 fu nominato consigliere da Carlo, re di Spagna, futuro imperatore Carlo V. Allo scoppio della Riforma Protestante, Erasmo si spostò a Basilea per 8 anni, poi a Friburgo dal 1529 al 1535, per tornare nuovamente a Basilea, dove morì, nel 1536.

Scrisse numerose opere, di cui “l’Elogio della Follia” è probabilmente la più celebre. La sua indipendenza intellettuale lo rese presto inviso a Martin Lutero, contro cui compose, nel 1524, “De libero Arbitrio”, ma anche ai Cattolici che, dopo la sua morte, misero i suoi testi nell’Indice dei libri proibiti.

Ma quale fu l’eredità spirituale di Erasmo in un’Europa che, proprio in nome di Dio, divenne teatro delle più atroci guerre tra gli stessi cristiani?

Perché il suo nome sembrò sparire rispetto a quello di altri protagonisti, come Savonarola o Jan Hus, bruciati sul rogo, o Tommaso Moro e John Fischer, anche loro condannati a morte?

La risposta è racchiusa nel XX secolo.

Nel 1924, lo storico Johan Huizinga, di fronte ai totalitarismi nascenti, in cui il fanatismo stava nuovamente devastando il mondo, dedicò una biografia proprio al filosofo olandese, simbolo della coscienza, e della stessa crisi, dei valori della civiltà europea.

Dieci anni dopo, anche lo scrittore Stephen Zweig, perseguitato dal Nazismo, scrisse un libro su Erasmo, intellettuale libero e non cortigiano, “il primo europeo cosciente, il primo bellicoso amico della pace…che odiò tutti gli ostinati e gli unilaterali”.

Secondo Zweig il più tragico, e meraviglioso, errore di Erasmo fu di confidare nel progresso dell’umanità per virtù della ragione, attraverso la diffusione della cultura, degli studi, dei libri quando la massa, da sempre, si fa sedurre da ciò che è più concreto e immediato, che non dall’astratto.

Eppure, nel 1987, attraverso una risoluzione comunitaria europea, nacque il programma “European action scheme for the mobility of university students”, il cui acronimo, non a caso, è “ERASMUS”.

La vera ricchezza del mercato unico europeo non era la mitica pietra filosofale, ma una nuova e grande identità continentale, basata sui valori promossi secoli prima dal filosofo di Rotterdam: sapienza, curiosità e tolleranza. Con un po’ di orgoglio, possiamo azzardare, per l’università torinese presso cui Erasmo si laureò.

eugenio buffa di perrero

Eugenio Buffa di Perrero

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