Era l’estate del 1884: Giacomo Puccini, 26 anni, scendeva da uno dei primi treni a Porta Nuova.

Era stato chiamato dal Maestro Faccio, conosciuto l’anno precedente, per l’Esposizione Generale Italiana di Torino. Per poche lire, il giovane prese una stanza in Via Sant’Agostino 15, dove oggi una targa ricorda gli esordi di uno dei compositori più famosi al mondo.

Il 14 luglio, dunque, Giacomo partecipò al nono concerto dell’Orchestra Torinese: il vero spettacolo era già la platea del Teatro Regio, con quindici lampade elettriche che illuminavano i preziosi abiti degli spettatori.

Dopo la “Sinfonia in Do Maggiore” di Beethoven, fu il suo momento ed eseguì il “Capriccio Sinfonico”. Terminata la musica, un applauso ruppe il silenzio e poi, tra l’entusiasmo, l’artista ancora sconosciuto fu chiamato quattro volte allo scranno del direttore.

Da quel momento Torino entrò nella vita di Puccini: nel 1895, su consiglio dell’editore Ricordi, presentò la versione in due atti de “Le Villi”. Furono anni frenetici, di amori e lavoro; a Lucca, Giacomo incontrò Elvira Bonturi, tanto appassionata da tradire un marito e renderlo padre poco dopo.

Nulla fu facile per questi eroi romantici, considerati semplici fedifraghi, soprattutto dai critici musicali.

Eppure, nel 1893, proprio a Torino, ci fu la prima di “Manon Lescaut”, ed il pubblico fu avvinto dal tragico destino della protagonista.

Puccini, ormai troppo sicuro, decise di trarre un’opera da “Le Scénes de la Vie de Bohème,” di Mugler, ma commise l’errore di non consultare Ricordi, che aveva in mente nomi diversi per i librettisti: Giacosa e Illica, e non Berta.

Una rivalità si scatenò tra questi personaggi e tra tanti melomani: il 1 febbraio 1896, al Teatro Regio di Torino, il successo per la prima della “Bohème” era appeso a un filo. Concluso lo spettacolo, con il pubblico che acclamava, la critica stroncava Puccini, che si rifugiò a Roma.

Ancora amareggiato, l’anno successivo tornò a Torino per la replica della “Tosca”. Dal 20 al 22 febbraio: solo tre giorni, che segnarono però i tre anni successivi. Sulle sponde del Po, il musicista incontrò una giovane di nome Corinna; di lei, ancora oggi, si sa solo questo.

Il compositore tornò al ruolo di amante clandestino, dimenticando Elvira, che ancora non era sua moglie; gli incontri con la misteriosa torinese durarono sino a quando rimase ferito in un incidente automobilistico. Per colpa di quella ragazza, si disse; ed era sempre colpa sua, se il Maestro era in ritardo sulla consegna di “Madame Butterfly”.

Amici e familiari costrinsero Puccini a dimenticare Corinna e lo fecero sposare con Elvira, finalmente vedova. Per Giacomo, non rimasero che i motori: tornò a Torino nel 1904, per l’ultima creazione della Fiat, la 60 HP, e nel 1923, per acquistare la Lancia Lambda. La guidò per qualche mese, poi un tumore alla gola lo stroncò a Bruxelles.

E Corinna? Di lei non si seppe più nulla. Ma quel giorno, davanti al Po, una donna pensò a Giacomo e alle sue fragili eroine, morte per amore. Lei era diversa, sorrise e si allontanò silenziosamente.

eugenio buffa di perrero